J. R. R. Tolkien impolitico, prepolitico, metapolitico

Tratto da un sito che vi consiglio di visitare: http://www.gandalf3.it/site/biblioteca-menusda-171/827-jrr-tolkien-impolitico-prepolitico-metapolitico.html

di Antonio de Felip

“Non tocca a noi padroneggiare le maree di questo mondo, ma fare tutto quello che ci è possibile per la salvezza dell’epoca in cui viviamo”
Gandalf il Bianco

L’uscita della versione cinematografica de Il Signore degli Anelli (che è sufficientemente fedele all’opera scritta, anche se, come sempre accade, qualche tradimento è da mettere in conto ed è ben noto il sentimento di delusione che quasi sempre accompagna, almeno per i lettori di ogni opera cult, come sicuramente è il Signore degli Anelli, la visione della trascrizione filmica), ha scatenato certamente il dilagare di una “tolkienmania” con il consueto e prevedibile accompagnamento di oggettistica varia, videogiochi, recensioni più o meno competenti e dotte analisi sociologiche sull’apparentemente “inspiegabile” successo di J.R.R. Tolkien, che dura ormai da quasi mezzo secolo.

Tutto ciò non è preoccupante, salvo forse per il buon gusto: riproduzioni di Gandalf in plastica made in China o una raccolta di figurine Panini avrebbero solo fatto scuotere bonariamente la testa al placido professore di Oxford.
Più pericoloso è il rischio concreto – presso l’opinione pubblica semi-colta – di un appiattimento dell’opera e soprattutto del pensiero di Tolkien su uno sfondo confuso, omologante, ambiguo e per qualche verso inquietante fatto di new age, next age, neo-spiritualismo da supermercato, buonismo ecologista, che mischia allegramente, nelle “letture consigliate” dai sui adepti, La Profezia di Celestino con Roberto Calasso.

Tolkien, il cattolico, reazionario, antimoderno. Tolkien è ben altra cosa.

Tolkien, scrive Elémire Zolla, autore dell’introduzione dell’edizione italiana del Il Signore degli Anelli, non appartiene alla schiera dei “favolisti della mano sinistra”, ma a quelli “della Tradizione benigna e luminosa”, e prosegue, riferendosi a Tolkien e al suo amico e sodale C.S. Lewis: “Non è esaltante che pure in tempi dediti al culto del Caos, abbiano levato la voce anche questi ultimi ?”.

L’equivoco non è nuovo. Già attorno al “mitico” ’68, Tolkien era diventato un simbolo presso la beat generation statunitense che, rifiutata una società materialista e priva di valori, rifluiva confusamente non nel suo opposto, ma nella caricatura del suo opposto, nelle comuni anarchico-agricole, nello Zen made in California, nei sogni senza speranza della droga. Ovviamente si sbagliavano di grosso, anche riguardo all’incolpevole Tolkien.

Pure il benemerito editore Rusconi, con discutibile scelta, peraltro non editoriale ma di marketing, faceva uscire la seconda edizione de Il Signore degli Anelli con la fascettatura: La Bibbia degli Hippies. Il mondo solare, luminoso e ordinato del professore di Oxford non aveva nulla a che vedere con quello oscuro, stregonesco e nichilistico della cultura underground, che tanta parte ha avuto nella genesi della new age.

La prima edizione del Il Signore degli Anelli risale al 1954-1955, ma Lo Hobbit, delizioso proemio di quest’opera, è del 1937. La prima edizione italiana è del 1970 per i tipi della Rusconi. Su un versante completamente diverso, egualmente deviante sarebbe ogni paragone con i racconti di J. K. Rowling incentrati sul personaggio di Herry Potter, alimentato dalla quasi contemporanea uscita delle due versioni cinematografiche. Per quanto graziosi e divertenti, i racconti della scrittrice inglese sono ben lontani dalla mitopoiesi tolkieniana. Va dato merito alla Rusconi Editore e soprattutto al suo direttore editoriale dell’epoca, Alfredo Cattabiani, (protagonista di una coraggiosa e intelligente politica editoriale di questa casa editrice nei primi anni settanta) non soltanto di aver per primi pubblicato la versione integrale del Il Signore degli Anelli, ma di averne affidato l’introduzione e la cura dell’edizione ad autori quali, rispettivamente, Elémire Zolla e Quirino Principe, “consonanti” con il pensiero di Tolkien e quindi capaci di una fedele trasposizione nel nostro contesto culturale.

Naturalmente, non vi sarebbe nulla di più sbagliato che attribuire una ideologia a Tolkien, anche solo per il fatto che il concetto stesso di ideologia è moderno, e sarebbe una palese contraddizione con il profondo, naturale antimodernismo del nostro Autore. Tuttavia è invece assolutamente legittimo tentare una comprensione della Weltanschauung, della sua visione del mondo.

Cattolico dicevamo.
Ma di quel cattolicesimo britannico risorto nell’Ottocento dopo i secoli di persecuzione e spesso di martirio che la “civile” e “liberale” Gran Bretagna aveva inflitto ai suoi sudditi cattolici da Enrico VIII, attraverso la “Gloriosa Rivoluzione” e fino al 1829, quando un atto di emancipazione metteva fine alle molte limitazioni dei diritti civili, di proprietà e di accesso ai pubblici uffici di cui ancora soffrivano i fedeli della Chiesa Cattolica.
È un cattolicesimo antimoderno, naturaliter conservatore, quello di Tolkien (è lui stesso a definirsi “un conservatore vecchio stile” e considerava “sorgente di infelicità” l’abolizione del latino dalla Messa) che giustamente Paolo Gulisano iscrive nella tradizione del Cardinale Newton, di Hilaire Belloc, di Gilbert Keith Chesterton.
Questa è, innegabilmente, una delle caratteristiche principali del pensiero di Tolkien, che non ama il mondo moderno, le sue ideologie, le sue brutture, il suo presunto progresso, il suo macchinismo. Uno dei suoi saggi più belli, Sulle Fiabe (contenuto in “Albero e foglia”, N.d.R.) oltre essere un gradevolissimo testo di estetica, contiene alcune pagine che rappresentano un vero e proprio “manifesto dell’antimodernità” di Tolkien. Ciò che è interessante notare è che la sua posizione è ispirata non a una sognante fuga dalla realtà, tutt’altro: è proprio in nome del reale, del Vero, che per Tolkien è sempre associato, come in ogni Tradizione, al Bello, che il nostro Autore condanna la nostra era, fatta di “mezzi migliori per scopi peggiori”.

Scrive: “Il più pazzo castello che sia mai uscito dalla sacca di un gigante in uno sfrenato racconto gaelico, non soltanto è assai meno brutto di una fabbrica-robot, ma è anche ben più reale di essa”. Questo intimo legame tra il Bene e il Bello, idea eminentemente cristiana, oltre che classica, è palese ne Il Signore degli Anelli, e soprattutto nei suoi paesaggi: i luoghi ove il Bene ancora saldamente sopravvive, la Contea prima dello scempio operato da Saruman fuggitivo, Rivendell – Gran Burrone, Lorien, sono luoghi in cui la Natura non corrotta dal male offre scenari di bellezza e di pace; quelli dominati dalle forze del male, tipico fra tutti Mordor, in cui si addentra Frodo, in un viaggio tipicamente iniziatico per la distruzione dell’anello, è il regno della desolazione, dell’orrido. Che Il Signore degli Anelli possa essere definita un’opera cattolica può apparire strano e incongruo.
Tuttavia è lo stesso Tolkien a confermarlo: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione” oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo”. Il penultimo capitolo de Il Signore degli Anelli, “Percorrendo la Contea” rappresenta un vero e proprio paradigma della visione del mondo tolkieniana e illustra bene il suo pensiero.
La Contea, patria degli Hobbit, trasparente metafora di una idilliaca campagna britannica, era stata occupata da Saruman, il mago che aveva tradito il Bianco Consiglio perché bramava al potere dell’Anello, e aveva instaurato un regime “industrial-collettivista”. Case distrutte, sostituite da falansteri, introduzione di tecnologie che oggi definiremmo “invasive”, contrapposte alle tecnologie “dolci” degli Hobbit, inquinamento dell’aria e dell’acqua, collettivizzazione forzata in nome di una “equa distribuzione”: da tutto ciò emerge con chiarezza la visione del Nemico di Tolkien: la modernità e i suoi frutti, l’industrialismo sconsiderato, le ideologie collettiviste.

Un’altra componente essenziale del pensiero di Tolkien è quella del radicamento, dell’amore per la propria terra e le proprie tradizioni. È un tema che percorre tutto Il Signore degli Anelli, e che trova la sua massima espressione nel sentimento che esprimono gli Hobbit nei confronti della loro Contea. È una idea di “patria sotto i piedi”, di patria concreta, fatta terra, di campi ben coltivati, di un ambiente preservato, di tradizioni familiari. Ovviamente c’è assoluta coerenza con la visione antimoderna di Tolkien e gli Hobbit rappresentano, nel romanzo una sorta di “voce narrante”, che esprimono anche la visione metapolitica dell’Autore (“Gli Hobbit erano tradizionalisti” narra Tolkien).

È l’amore per la piccola patria, quella che si tocca, si vede, si conosce e si ri-conosce. In una, Eowyn e il Nazgûl (Fratelli Hildebrandt, 1976), parlando nei primi anni cinquanta della sua bella casa di Oxford, ormai tuttavia assediata dal traffico e dal rumore, Tolkien scrive: “Questa deliziosa casa è diventata inabitabile […] Spesso trema, è torturata dal rumore e riempita di fumo. Questa è la vita moderna. Mordor è in mezzo a noi.” (da H. Carpenter, op. cit., p. 308). Da una sua lettera al padre gesuita Robert Murray, in J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Rusconi, Milano 1990, pp. 195-196: “[…] essi non capiscono e non amano macchinari più complessi del soffietto del fabbro, del mulino ad acqua o del telaio a mano.” J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1970, p. 25. Anno Vlll, N. 41 – Maggio-Giugno 2002 Quaderni Padani – 13 lettera al figlio Christopher, Tolkien scrive una frase apparentemente sorprendente: “Io amo l’Inghilterra (non la Gran Bretagna e sicuramente non il Commonwealth- grr)”. Partendo da questa visione tradizionalista, Tolkien, l’”impolitico” Tolkien, già nel 1943 scrive frasi di grande e lucida preveggenza sul destino del mondo e sul rischio della globalizzazione : “Mi chiedo […], se resterà una piccola nicchia, anche scomoda, per gli antiquati reazionari come me […]. I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventa più piatto e più noioso. Tutto diventerà una piccola, maledetta periferia provinciale. Quando avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa all’Est, nel medio Oriente, nel lontano Oriente, nell’URSS, nella pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell’Africa equatoriale, nelle terre più lontane dove esistono ancora stregoni, nel Gondhwanaland, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici.”
E questo timore di una americanizzazione del mondo lo faceva così continuare: “[...] non sono del tutto sicuro che una vittoria americana a lunga scadenza si rivelerà migliore per il mondo nel suo complesso piuttosto della vittoria di – (il trattino è nel testo. N.d.R.).”

Il “tradizionalismo” di Tolkien va inoltre inteso anche in un senso letterale: quello che potremmo definire di “cultore delle tradizioni”, intese, in questo contesto, come quel vastissimo giacimento storico, letterario, linguistico e soprattutto mitico-sacrale che rappresenta le fondamenta delle culture europee. La sua creazione artistica (o, per restare fedele alla sua estetica, la sub-creazione), nasce da qui. Tutto il suo corpus mitologico, non soltanto Il Signore degli Anelli, ma anche ovviamente Lo Hobbit e Il Silmarillion, traggono le loro origini da questo giacimento. Cosa spinge il pigro (per sua stessa ammissione) professor Tolkien a dare origine a una così imponente costruzione letteraria, mitologica, storica e linguistica, caratterizzata da una impressionante coerenza interna? Certo, la molla scatenante è un gusto ludico del divertissement (soprattutto nel Lo Hobbit è palese e trasparentissimo il divertimento dell’Autore nello scrivere il libro), tuttavia l’origine – generosa fino all’ingenuità, e sarà lo stesso Autore ad ammetterlo – è quella di “creare corpo di leggende più o meno legate che spaziasse dalla vastità di una cosmogonia al livello di favola romantica […] che io potessi semplicemente dedicare: all’Inghilterra, al mio Paese […]. Avrebbe dovuto possedere, se mai fossi riuscito a realizzarla, la pacata ed elusiva bellezza che viene definita celtica”.
Se questo è lo scopo, altrettanto interessante è il “come” nasce l’opera di Tolkien: professore di Lingua e Letteratura Inglese, coltivava una vera e propria passione per le lingue inventate e la stupefacente, minuziosa, precisissima “invenzione” delle lingue dei vari Popoli (Elfi, Uomini, Hobbit) che percorrono le contrade della sua Terra immaginata rappresentano il “nucleo originario” attorno a cui si coagula tutto il resto: la Storia e le storie, il territorio, l’etnografia. La sua passione per le lingue anche lo aveva ovviamente portato a contatto con quei “giacimenti” di cui si parlava prima e che rappresentano il tesoro culturale, da cui Tolkien trasse, in modo tuttavia assolutamente originale e attraverso un processo organico e coerente di “ri-sub-creazione”, la sua cosmologia.

Leggere Tolkien significa quindi anche percepire il profumo di quelle creazioni profonde dell’animo europeo, che vanno dai capolavori della letteratura anglosassone, come il Beowulf e Crist a quelli della letteratura altogermanica, come il Nibelungenlied, dai miti celtici alle grandi saghe norrene. Quale il lascito a noi di J.R.R. Tolkien? Della sua opera si può dire ciò che il grande storico olandese J. Huizinga ha lasciato scritto sul Medio Evo: “Ci si immagini quale godimento può offrire un mondo, in cui ogni pietra preziosa brilla con tutti i bagliori dei suoi valori simbolici […]. Si vive in una vera polifonia del pensiero. Tutto è pensato a fondo”.

In un mondo su cui si allungano ancora le cupe tenebre di Mordor, la solare grandezza etica, epica ed estetica di J.R.R. Tolkien illumina, come la fiala elfica di Galadriel, il nostro cammino di viandanti.


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Santi e zucche

Scontato.
Il 31 ottobre la società moderna e disorientata si è ricreata una occasione, basandola sull’unico metro di giudizio che ultimamente conosce: il consumo.
Halloween così si è inserito a poco a poco, in sordina, all’interno della società, tanto che oggi si sente chiamare Halloween quella che anni fa era la vigilia di Ognissanti.

E se il presepio, l’antico e caro presepio, ormai viene cacciato dalle scuole per “rispetto dei diversamente credenti”, entra dalla porta sul retro la festa delle zucche e dei fantasmi.
Si inizia con i disegnini ed i piccoli mostriciattoli alle scuole materne, ed acquisita un po’ di familiarità col gioco, si prosegue alle elementari con vere e proprie feste, e poi via fino ad arrivare ai giovani ed alle discoteche (dove in realtà, ogni occasione è buona, che si tratti di Halloween o no).

Perciò mentre si medita di togliere il crocifisso dalle aule pubbliche, mentre si cancella il presepe e si tollera l’albero, mentre si cancellano riferimenti tradizionali e si va in cerca di qualsiasi cosa (para-spirituale, bio, veg o chissà che altro) in grado di riempire il vuoto, mentre si spostano le feste patronali e per controparte si esaltano le feste civili… ecco Halloween.
Ma se le feste civili si fanno per ricordare qualche ricorrenza dello Stato, le feste private per ricordare date personali (compleanni, matrimonio), le feste religiose cristiane per ricordare i santi o le tappe della vita di Gesù Cristo… Halloween cosa ricorda?
Lasciamo perdere i paesi anglosassoni, nei quali è tradizione antica e motivata. In Italia, cosa ricorre con Halloween? Niente, nulla. E’ solo una festa che piace perché, diciamolo, all’inizio piaceva dibattersi tra esseri mostruosi che alimentano le fantasie.

Possiamo poi dire che testimonia l’avvento del consumismo: se per le altre ricorrenze, prima è nata la festa e il mercato è venuto successivamente, per il 31 di ottobre le cose, cronologicamente, cambiano: la festa è arrivata con il “merchandising”, ed è arrivata prima nelle pubblicità e nei portafogli che nella considerazione generale.
Potenza del consumismo!

Io mi oppongo a questa festa. Mi oppongo da cattolico, ma principalmente da persona di buon senso. So bene che non è la festina di bimbi mascherati a costituire un problema: il vero rischio è la facilità con cui noi siamo stati capaci di accogliere una cosa per noi fittizia, artificiale, e farne a poco a poco una cosa tanto normale da ritenere pazza una famiglia che si rifiuti di festeggiarla, o asociale chi non ritenga di dover aprire la porta a tutti i “trick or treat” (e talvolta qualche giovanotto è fin troppo goliardico…): è accaduto, solo per citare l’ultimo caso, a Tolentino.

Perciò sponsorizzo l’iniziativa delle Sentinelle del Mattino (don Andrea Brugnoli, ve lo ricordate? Quello de “La Messa antica è moderna?”, video che vi invito a guardare).
L’iniziativa, lanciata pochi anni fa, si chiama Holyween: prima ancora che festa di streghe e zombie, per i cattolici è la vigilia della festa di tutti i santi, perciò perché non testimoniarla appendendo su porta, finestra, balcone, etc… l’immagine di uno dei tanti campioni della Fede?
Ecco un paio di link all’iniziativa:
- http://www.sentinelledelmattino.org/eventi-in-rilievo/holyween-2010.html
- http://web.me.com/abrugnoli/Immagini_Sentinelle/Holyween.html

Un pensiero finale agli oratori. E’ chiaro che l’oratorio non dovrebbe assolutamente fare la festa di Halloween (e nemmeno una Messa, nonostante sia accaduto più volte in giro per  il mondo: ministri “straordinari” vestiti da diavoli e via discorrendo).
Ma l’oratorio potrebbe organizzare una serata per bambini/adolescenti, così da offrire un’opportunità in parrocchia, e distoglierli da halloween: occasione da non perdere per insegnare a distinguere le cose autentiche dalle stupidaggini che ci vengono portare fin sulla porta di casa.
Occasione per fare chiarezza anche sul 1 e 2 novembre, dove c’è molta molta confusione in merito a cosa la Liturgia ci presenta.

In ogni caso, lunedì cucinerò uno dei miei piatti preferiti: tortelloni di zucca.


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San Tommaso agli studenti

Per molti universitari si profila all’orizzonte un periodo di esami, anticipato da mesi di studio.
Riporto pertanto questa bella preghiera di san Tommaso d’Aquino: personalmente trovo molto bello recitarla prima di mettermi all’opera sui libri.

Oratio S. Thomae Aquinatis ante studium
CREATOR ineffabilis, qui de thesauris sapientiae tuae tres Angelorum hierarchias designasti et eas super caelum empyreum miro ordine collocasti atque universi partes elegantissime distribuisti: Tu, inquam, qui verus fons luminis et sapientiae diceris ac supereminens principium, infundere digneris super intellectus mei tenebras tuae radium claritatis, duplices, in quibus natus sum, a me removens tenebras, peccatum scilicet et ignorantiam.
Tu, qui linguas infantium facis disertas, linguam meam erudias atque in labiis meis gratiam tuae benedictionis infundas. Da mihi intelligendi acumen, retinendi capacitatem, addiscendi modum et facilitatem, interpretandi subtilitatem, loquendi gratiam copiosam. Ingressum instruas, progressum dirigas, egressum compleas. Tu, qui es verus Deus et homo, qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen.


Riporto anche una traduzione in italiano.

Creatore ineffabile, che dai tesori della tua sapienza hai tratto le tre gerarchie degli Angeli, le hai collocate con meraviglioso ordine sopra il cielo empireo ed hai disposto con grandissima precisione tutto l’universo; Tu, che sei celebrato come autentica Fonte della Luce e della Sapienza, e supremo Principio di ogni cosa, dégnati di infondere sulle tenebre del mio intelletto il raggio della tua chiarezza, liberandomi dalle due tenebre in cui sono nato: il peccato e l’ignoranza.
Tu, che rendi faconde le lingue degli infanti, istruisci la mia lingua e infondi nelle mie labbra la grazia della tua benedizione. Dammi l’acutezza dell’intelligenza, la capacità della memoria, il modo e la facilità dell’apprendere, la perspicacia dell’interpretare, il dono copioso del parlare. Disponi Tu l’inizio, dirigi lo svolgimento e portami fino al compimento: Tu che sei vero Dio ed uomo, che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Conosciuta è anche questa lettera del santo teologo agli studenti, piena di preziosi consigli. Vale la pena di rileggerla ogni tanto, per dirigere anche l’attività di studio sulla via del Signore:

Lettera di San Tommaso ad uno studente
Carissimo,
giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:
non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili.
Questo è dunque l’avviso mio che ti servirà di regola.
Voglio che tu eviti i discorsi inutili;
abbi purezza di coscienza;
non trascurare la preghiera;
ama il raccoglimento;
sii cordiale con tutti;
non essere curioso dei fatti altrui;
non avere eccessiva familiarietà con alcuno,
perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;
non divagare su tutto;
cerca di imitare gli esempi delle persone rette;
non guardare chi è colui che parla,
ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;
procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;
certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;
non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.
Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.
Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la meta alla quale aspiri.
Addio.


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I Terroni e l’Italia unita

13 febbraio 1861, ultimo giorno del Regno delle Due Sicilie.
Re Francesco, dopo faticosi mesi d’assedio, lascia le sue truppe, ormai conscio della sconfitta sul campo, a condizione che a loro, ai soldati fosse concesso l’onore delle armi. Il saluto alla sua terra arriva con questo appassionato messaggio, che lascia trasparire il dolore e la passione di un uomo, di un Re:

“Generali, uffiziali e soldati di Gaeta. La sorte della guerra ne separa. Combattuto insieme cinque mesi per la indipendenza della patria, sfidando e sofferendo gli stessi pericoli e disagi, debbo in questo momento metter fine a’vostri eroici sacrifizii. La resistenza divenuta era impossibile. Se il desio di soldato spingevami a difendere con voi l’ultimo baluardo della monarchia, sino a caderne sotto le mura crollanti, il dovere di re e l’amore di padre oggi mi comandano di risparmiare tanto generoso sangue, la cui effusione or non sarebbe che l’ultima manifestazione d’inutile eroismo. Per voi, miei fidi compagni, pel vostro avvenire, per premiare la vostra lealtà e costanza e bravura, per voi rinunzio al bellico vanto di respingere gli ultimi assalti d’un nemico che questa piazza difesa da voi non avrebbe presa senza seminare di cadaveri il cammino. Voi da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l’assalto di rivoluzionarii stranieri, l’aggressione d’uno Stato che dicevasi amico, niente v’ha domato, nè stancato. Tra sofferenze d’ogni sorta, passando per campi di battaglia, affrontando tradigioni più terribili del ferro e del piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando d’eroismo le rive del Volturno e le sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi in questé mura gli sforzi d’un nemico padrone di tutta la potenza d’Italia. Per voi è salvo l’onore dell’esercito delle Due Sicilie; per voi il vostro sovrano può tenere alto il capo, e nella terra dell’esiglio dove aspetterà la giustizia di Dio, il ricordo della vostra eroica lealtà gli sarà dolcissima consolazione nelle sventure. Sarà distribuita una medaglia speciale che ricordi lo assedio; e quando i miei cari soldati torneranno in seno delle loro famiglie, gli uomini d’onore s’inchineranno al loro passaggio, e le madri mostreranno a’figliuoli come esempio i prodi difensori di Gaeta. Generali, uffiziali, soldati, io vi ringrazio; a tutti stringo le mani con affetto e riconoscenza; non vi dico addio ma a rivederci. Serbatemi intatta la lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro re Francesco“.

Tratto da “I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD”, di Antonio Ciano, Edizione GRANDMELO’, Roma, 1996
Consultare anche la pagina web: www.brigantaggio.net dedicata ai Borboni.

Ma i rapaci savoiardi, dopo un momentaneo onore, hanno affossato la Storia per anni e anni, passando per briganti quelli che invece erano soldati, chiamati a difendere se stessi da un’indebita e straniera aggressione.

Un ricordo commosso ai molti che morirono in difesa del Regno delle Due Sicile (e aggiungiamo noi, forse con troppa immaginazione, in difesa pure della Tradizione…), il bravo Mimmo Cavallo ha dedicato la canzone “Tedeum Gaeta”. Il brano fa parte di un album interamente dedicato a ricordare ciò che la cronologia ufficiale vuole dimenticare: l’invasione del sud e l’inizio della “questione meridionale”.

L’album, “Quando saremo fratelli uniti”, si accompagna ad un’altra opera, uno spettacolo teatrale di Roberto d’Alessandro intitolato “Terroni”, che spero di poter vedere o almeno di leggere (e darvene qui le mie impressioni).
E’ bello sapere che la Storia, come la Verità, non può essere per sempre taciuta, ma trova le vie per tornare a risplendere anche se offuscata per anni… in questo caso per ben 150anni.

“per la storia e la memoria
per la nostra Madrepatria
gloria gloria per l’eternità”

Resta qui necessariamente un’ultima considerazione. Brevissima.
Non si può costruire una storia patria su di una deliberata menzogna.


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Risorgerà

Risorgerà... da qui.

Risorgerà, vi dicevo, collegando alla sua lingua la Messa; risorgerà, come rispondo ai tanti che vengono da me a sfogarsi (e lo fanno, a volte, piangendo), e a chi mi chiede com’è che io ne sono certo, rispondo (da «poeta», se volete) conducendolo sulla mia terrazza e indicandogli il sole… Sarà magari sera avanzata e là nella chiesa di San Domenico i frati, a Vespro, canteranno: Iam sol recedit igneus; ma tra qualche ora gli stessi domenicani miei amici canteranno, a Prima: Iam lucis orto sidere e così sarà tutti i giorni. Il sole, voglio dire, risorgerà, tornerà, dopo la notte, a brillare, a rallegrar dal cielo la terra, perché… perché è il sole e Dio ha disposto che così fosse a nostra vita e conforto. Così, aggiungevo, è e sarà della Messa – la Messa «nostra», cattolica, di sempre e di tutti: il nostro sole spirituale, così bello e santo e santificante – contro l’illusione dei pipistrelli, stanati dalla Riforma, che la loro ora, l’ora delle tenebre, non debba finire; e ricordo: su questa mia ampia terrazza eravamo in molti, l’altr’anno, a guardar l’eclisse totale del sole; ricordo, e quasi mi par di risentire, il senso di freddo, di tristezza e quasi di sgomento, a vedere, a sentir l’aria incaliginarsi e addiacciarsi via via, ricordo il silenzio che si fece sulla città, mentre le rondini, mentre gli uccelli scomparivano, impauriti, e ricomparivano svolazzando nel cielo i ripugnanti chirotteri. A uno che disse, quando il sole fu interamente coperto: – E se non si rivedesse più? – rammento che nessuno rispose, quasi non si addicesse, in questo, lo scherzo… Il sole si rivide, infatti, il sole risorse, dopo la breve diurna notte, bello come prima e, come ci parve, più di prima, mentre l’aria si ripopolava di uccelli e i pipistrelli tornavano a rintanarsi.

Come prima, lucente e bello, e, pur essendo il medesimo, più di prima il sole ci parve, per la legge leopardiana del piacer figlio d’affanno, o per quella evangelica della dramma perduta e rinvenuta. Come prima e più di prima: così sarà della Messa, così la Messa parrà ai nostri occhi, colpevoli di non averla, avanti l’eclisse, degnamente stimata; ai nostri cuori colpevoli di non averla abbastanza amata.
Così dicevo e ripeto, estendendo a tutta la liturgia ciò che allora della Messa, la vittima prima, per eccellenza, della rivoluzione che cominciò con l’inibirle la sua lingua e il suo canto per toglierle via via ogni amabilità, ogni bellezza, con un succedersi indesinente di spogliazioni, di demolizioni, che ricorda il pianto del profeta davanti alle rovine di Sion: tetendit funiculum suum et non avertit manum suam a perditione.
Sfigurata, immiserita, depoetizzata, detta da preti senza «veste» ad altari senza Tabernacolo, senza «pietra», senza croce, senza lumi, senza fiori, con l’aiuto di donne senza decoro femminile, la Messa era almeno tuttora Messa, tuttora sacrifizio e non «cena», immolazione e non «commemorazione», non cosa che gli eretici – come da loro dichiarato – possono accettare, far loro restando «loro», e i cattolici domandarsi e discutere se sia o non sia tuttora Messa. Le cose, da allora, sono andate e van peggiorando: l’abisso ha chiamato e chiama con più forte voce l’abisso: il forno di Satana, penetrato dalla «spianata» nella «rocca», ha raggiunto la cittadella l’«arce sacra», avvolgendola – sua suprema astuzia – col dubbio, circa l’ortodossia del Nuovo Ordine della Messa, più utile ai suoi fini di distruzione, più pernicioso alla conservazione della fede, dellapatente eresia,

Dopo aver detto e dimostrato che la nuova messa è non eretica ma forse peggio, «equivoca, flessibile in diversi sensi, flessibile a volontà, la volontà individuale che diviene così la regola e la misura di ogni cosa», dichiara infatti uno strenuo difensore della Messa che non suscita né suscitò mai dubbi in chi nel corso di tanti secoli la celebrò e l’ascoltò, il teologo sacerdote Raymond Dulac: «L’eresia formale e chiara è un colpo di pugnale – l’equivoco è un lento veleno… L’eresia attacca un articolo preciso del dogma – l’equivoco lede l’habitus stesso della fede e vulnera così tutti i dogmi… Si diventa formalmente eretici solo volendolo – l’equivoco può demolire la fede di un uomo a sua insaputa… L’eresia afferma quello che nega il dogma o nega quello ch’esso afferma – l’equivoco distrugge la fede altrettanto radicalmente astenendosi dall’affermare e dal negare, facendo della certezza rivelata una libera opinione… L’eresia è ordinariamente un giudizio che contraddice a un articolo di fede – l’equivoco resta al margine della fede, al margine, anche, della ragione, della logica». Quanto dire che la nebbia è, per chi viaggia, più pericolosa del buio, e a diradarla dal Novus Ordo, a toglierne le «tante incertezze» già pur rilevate dal Papa, ci s’è difatti adoprati, dietro le tante proteste, con correzioni che non hanno però chiarito, non hanno sostanzialmente disperso il dubbio. «Questo rito», conclude infatti il Dulac, «continua a portare un peccato originale che nessuna circoncisione sarà capace di sopprimere: il peccato di aver voluto fabbricare una «messa passe-partout, atta ad essere celebrata da un cattolico come da un protestante».

[Tratto da "Nel fumo di Satana", opera magistrale di Tito Casini.]


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Un sms ti ricorda di abortire

Nuove frontiere del genocidio legalizzato, che giunge a fidelizzare i propri clienti.

Un sms ti ricorda di abortire
di Gianfranco Amato
su “E’ vita”, inserto di Avvenire, del 13 ottobre 2011

C’è chi ancora si ostina a negare l’evidenza, ovvero che oggi sia in atto un processo culturale con l’obiettivo di banalizzare l’aborto. Dopo la pubblicità televisiva, ora tocca anche ai messaggini telefonici. Come si trattasse di un rendez-vous col parrucchiere, l’estetista, o il pedicure, alle donne potrà essere inviato un sms per ricordare l’appuntamento con l’aborto. Il merito di questa pensata spetta al British pregnancy advisory service (Bpas), uno dei più famosi e importanti “abortifici” del Regno Unito, responsabile di più di un terzo di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza erogate dal Servizio sanitario nazionale britannico. Un portavoce del Bpas ha candidamente spiegato che, visto il numero di donne che si dimenticano di presentarsi per abortire, tale iniziativa “fungerà da servizio di promemoria, allo stesso modo in cui, in altri settori del Servizio sanitario, le persone vengono avvisate dell’appuntamento dal dentista”.
Agli operatori del Bpas non sembra neppure da prendere in considerazione l’ipotesi che il mancato appuntamento con l’aborto possa dipendere dal fatto che una donna si trovi attanagliata dal dubbio, incerta e titubante. Ma è probabile, invece, che quelli della Bpas abbiano ben presente tutto ciò, e proprio per questo si sentano in diritto di “aiutare” la donna a uscire dall’incertezza, facendosi vivi con un sms. E’ incredibile come un servizio che pretende di fornire assistenza e consulenza in caso di gravidanza (questo significa “Pregnancy advisory”) tratti in questa maniera donne in difficoltà.

Colpisce il fatto che l’annuncio del servizio a mezzo sms sia uscito quasi in concomitanza con un’altra notizia: la pubblicazione sulla rivista scientifica British journal of psichiatry – che non può certo essere sospettata di simpatie pro life - di uno studio intitolato “Aborto e salute mentale” relativo alle conseguenze psicologiche della Sindrome post aborto. Dallo studio, condotto su un campione di 877mila donne, è emerso che le donne che hanno subìto un aborto hanno registrato un aumento dell’81% del rischio di problemi di salute mentale, e quasi il 10% dell’incidenza di problemi simili sono attribuibili a quella drammatica esperienza. Secondo lo studio, l’aborto risulta collegato per il 34% a una maggiore probabilità di disturbi d’ansia, per il 37% di depressione, per il 110% al rischio di abuso di alcol, per 220% al consumo di cannabis, e per il 155% al rischio di suicidio.


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