“Non tocca a noi padroneggiare le maree di questo mondo, ma fare tutto quello che ci è possibile per la salvezza dell’epoca in cui viviamo”
Gandalf il Bianco
L’uscita della versione cinematografica de Il Signore degli Anelli (che è sufficientemente fedele all’opera scritta, anche se, come sempre accade, qualche tradimento è da mettere in conto ed è ben noto il sentimento di delusione che quasi sempre accompagna, almeno per i lettori di ogni opera cult, come sicuramente è il Signore degli Anelli, la visione della trascrizione filmica), ha scatenato certamente il dilagare di una “tolkienmania” con il consueto e prevedibile accompagnamento di oggettistica varia, videogiochi, recensioni più o meno competenti e dotte analisi sociologiche sull’apparentemente “inspiegabile” successo di J.R.R. Tolkien, che dura ormai da quasi mezzo secolo.
Tutto ciò non è preoccupante, salvo forse per il buon gusto: riproduzioni di Gandalf in plastica made in China o una raccolta di figurine Panini avrebbero solo fatto scuotere bonariamente la testa al placido professore di Oxford.
Più pericoloso è il rischio concreto – presso l’opinione pubblica semi-colta – di un appiattimento dell’opera e soprattutto del pensiero di Tolkien su uno sfondo confuso, omologante, ambiguo e per qualche verso inquietante fatto di new age, next age, neo-spiritualismo da supermercato, buonismo ecologista, che mischia allegramente, nelle “letture consigliate” dai sui adepti, La Profezia di Celestino con Roberto Calasso.
Tolkien, il cattolico, reazionario, antimoderno. Tolkien è ben altra cosa.
Tolkien, scrive Elémire Zolla, autore dell’introduzione dell’edizione italiana del Il Signore degli Anelli, non appartiene alla schiera dei “favolisti della mano sinistra”, ma a quelli “della Tradizione benigna e luminosa”, e prosegue, riferendosi a Tolkien e al suo amico e sodale C.S. Lewis: “Non è esaltante che pure in tempi dediti al culto del Caos, abbiano levato la voce anche questi ultimi ?”.
L’equivoco non è nuovo. Già attorno al “mitico” ’68, Tolkien era diventato un simbolo presso la beat generation statunitense che, rifiutata una società materialista e priva di valori, rifluiva confusamente non nel suo opposto, ma nella caricatura del suo opposto, nelle comuni anarchico-agricole, nello Zen made in California, nei sogni senza speranza della droga. Ovviamente si sbagliavano di grosso, anche riguardo all’incolpevole Tolkien.
Pure il benemerito editore Rusconi, con discutibile scelta, peraltro non editoriale ma di marketing, faceva uscire la seconda edizione de Il Signore degli Anelli con la fascettatura: La Bibbia degli Hippies. Il mondo solare, luminoso e ordinato del professore di Oxford non aveva nulla a che vedere con quello oscuro, stregonesco e nichilistico della cultura underground, che tanta parte ha avuto nella genesi della new age.
La prima edizione del Il Signore degli Anelli risale al 1954-1955, ma Lo Hobbit, delizioso proemio di quest’opera, è del 1937. La prima edizione italiana è del 1970 per i tipi della Rusconi. Su un versante completamente diverso, egualmente deviante sarebbe ogni paragone con i racconti di J. K. Rowling incentrati sul personaggio di Herry Potter, alimentato dalla quasi contemporanea uscita delle due versioni cinematografiche. Per quanto graziosi e divertenti, i racconti della scrittrice inglese sono ben lontani dalla mitopoiesi tolkieniana. Va dato merito alla Rusconi Editore e soprattutto al suo direttore editoriale dell’epoca, Alfredo Cattabiani, (protagonista di una coraggiosa e intelligente politica editoriale di questa casa editrice nei primi anni settanta) non soltanto di aver per primi pubblicato la versione integrale del Il Signore degli Anelli, ma di averne affidato l’introduzione e la cura dell’edizione ad autori quali, rispettivamente, Elémire Zolla e Quirino Principe, “consonanti” con il pensiero di Tolkien e quindi capaci di una fedele trasposizione nel nostro contesto culturale.
Naturalmente, non vi sarebbe nulla di più sbagliato che attribuire una ideologia a Tolkien, anche solo per il fatto che il concetto stesso di ideologia è moderno, e sarebbe una palese contraddizione con il profondo, naturale antimodernismo del nostro Autore. Tuttavia è invece assolutamente legittimo tentare una comprensione della Weltanschauung, della sua visione del mondo.
Cattolico dicevamo.
Ma di quel cattolicesimo britannico risorto nell’Ottocento dopo i secoli di persecuzione e spesso di martirio che la “civile” e “liberale” Gran Bretagna aveva inflitto ai suoi sudditi cattolici da Enrico VIII, attraverso la “Gloriosa Rivoluzione” e fino al 1829, quando un atto di emancipazione metteva fine alle molte limitazioni dei diritti civili, di proprietà e di accesso ai pubblici uffici di cui ancora soffrivano i fedeli della Chiesa Cattolica.
È un cattolicesimo antimoderno, naturaliter conservatore, quello di Tolkien (è lui stesso a definirsi “un conservatore vecchio stile” e considerava “sorgente di infelicità” l’abolizione del latino dalla Messa) che giustamente Paolo Gulisano iscrive nella tradizione del Cardinale Newton, di Hilaire Belloc, di Gilbert Keith Chesterton.
Questa è, innegabilmente, una delle caratteristiche principali del pensiero di Tolkien, che non ama il mondo moderno, le sue ideologie, le sue brutture, il suo presunto progresso, il suo macchinismo. Uno dei suoi saggi più belli, Sulle Fiabe (contenuto in “Albero e foglia”, N.d.R.) oltre essere un gradevolissimo testo di estetica, contiene alcune pagine che rappresentano un vero e proprio “manifesto dell’antimodernità” di Tolkien. Ciò che è interessante notare è che la sua posizione è ispirata non a una sognante fuga dalla realtà, tutt’altro: è proprio in nome del reale, del Vero, che per Tolkien è sempre associato, come in ogni Tradizione, al Bello, che il nostro Autore condanna la nostra era, fatta di “mezzi migliori per scopi peggiori”.
Scrive: “Il più pazzo castello che sia mai uscito dalla sacca di un gigante in uno sfrenato racconto gaelico, non soltanto è assai meno brutto di una fabbrica-robot, ma è anche ben più reale di essa”. Questo intimo legame tra il Bene e il Bello, idea eminentemente cristiana, oltre che classica, è palese ne Il Signore degli Anelli, e soprattutto nei suoi paesaggi: i luoghi ove il Bene ancora saldamente sopravvive, la Contea prima dello scempio operato da Saruman fuggitivo, Rivendell – Gran Burrone, Lorien, sono luoghi in cui la Natura non corrotta dal male offre scenari di bellezza e di pace; quelli dominati dalle forze del male, tipico fra tutti Mordor, in cui si addentra Frodo, in un viaggio tipicamente iniziatico per la distruzione dell’anello, è il regno della desolazione, dell’orrido. Che Il Signore degli Anelli possa essere definita un’opera cattolica può apparire strano e incongruo.
Tuttavia è lo stesso Tolkien a confermarlo: “Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione” oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo”. Il penultimo capitolo de Il Signore degli Anelli, “Percorrendo la Contea” rappresenta un vero e proprio paradigma della visione del mondo tolkieniana e illustra bene il suo pensiero.
La Contea, patria degli Hobbit, trasparente metafora di una idilliaca campagna britannica, era stata occupata da Saruman, il mago che aveva tradito il Bianco Consiglio perché bramava al potere dell’Anello, e aveva instaurato un regime “industrial-collettivista”. Case distrutte, sostituite da falansteri, introduzione di tecnologie che oggi definiremmo “invasive”, contrapposte alle tecnologie “dolci” degli Hobbit, inquinamento dell’aria e dell’acqua, collettivizzazione forzata in nome di una “equa distribuzione”: da tutto ciò emerge con chiarezza la visione del Nemico di Tolkien: la modernità e i suoi frutti, l’industrialismo sconsiderato, le ideologie collettiviste.
Un’altra componente essenziale del pensiero di Tolkien è quella del radicamento, dell’amore per la propria terra e le proprie tradizioni. È un tema che percorre tutto Il Signore degli Anelli, e che trova la sua massima espressione nel sentimento che esprimono gli Hobbit nei confronti della loro Contea. È una idea di “patria sotto i piedi”, di patria concreta, fatta terra, di campi ben coltivati, di un ambiente preservato, di tradizioni familiari. Ovviamente c’è assoluta coerenza con la visione antimoderna di Tolkien e gli Hobbit rappresentano, nel romanzo una sorta di “voce narrante”, che esprimono anche la visione metapolitica dell’Autore (“Gli Hobbit erano tradizionalisti” narra Tolkien).
È l’amore per la piccola patria, quella che si tocca, si vede, si conosce e si ri-conosce. In una, Eowyn e il Nazgûl (Fratelli Hildebrandt, 1976), parlando nei primi anni cinquanta della sua bella casa di Oxford, ormai tuttavia assediata dal traffico e dal rumore, Tolkien scrive: “Questa deliziosa casa è diventata inabitabile […] Spesso trema, è torturata dal rumore e riempita di fumo. Questa è la vita moderna. Mordor è in mezzo a noi.” (da H. Carpenter, op. cit., p. 308). Da una sua lettera al padre gesuita Robert Murray, in J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Rusconi, Milano 1990, pp. 195-196: “[…] essi non capiscono e non amano macchinari più complessi del soffietto del fabbro, del mulino ad acqua o del telaio a mano.” J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 1970, p. 25. Anno Vlll, N. 41 – Maggio-Giugno 2002 Quaderni Padani – 13 lettera al figlio Christopher, Tolkien scrive una frase apparentemente sorprendente: “Io amo l’Inghilterra (non la Gran Bretagna e sicuramente non il Commonwealth- grr)”. Partendo da questa visione tradizionalista, Tolkien, l’”impolitico” Tolkien, già nel 1943 scrive frasi di grande e lucida preveggenza sul destino del mondo e sul rischio della globalizzazione : “Mi chiedo […], se resterà una piccola nicchia, anche scomoda, per gli antiquati reazionari come me […]. I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventa più piatto e più noioso. Tutto diventerà una piccola, maledetta periferia provinciale. Quando avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa all’Est, nel medio Oriente, nel lontano Oriente, nell’URSS, nella pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell’Africa equatoriale, nelle terre più lontane dove esistono ancora stregoni, nel Gondhwanaland, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici.”
E questo timore di una americanizzazione del mondo lo faceva così continuare: “[...] non sono del tutto sicuro che una vittoria americana a lunga scadenza si rivelerà migliore per il mondo nel suo complesso piuttosto della vittoria di – (il trattino è nel testo. N.d.R.).”
Il “tradizionalismo” di Tolkien va inoltre inteso anche in un senso letterale: quello che potremmo definire di “cultore delle tradizioni”, intese, in questo contesto, come quel vastissimo giacimento storico, letterario, linguistico e soprattutto mitico-sacrale che rappresenta le fondamenta delle culture europee. La sua creazione artistica (o, per restare fedele alla sua estetica, la sub-creazione), nasce da qui. Tutto il suo corpus mitologico, non soltanto Il Signore degli Anelli, ma anche ovviamente Lo Hobbit e Il Silmarillion, traggono le loro origini da questo giacimento. Cosa spinge il pigro (per sua stessa ammissione) professor Tolkien a dare origine a una così imponente costruzione letteraria, mitologica, storica e linguistica, caratterizzata da una impressionante coerenza interna? Certo, la molla scatenante è un gusto ludico del divertissement (soprattutto nel Lo Hobbit è palese e trasparentissimo il divertimento dell’Autore nello scrivere il libro), tuttavia l’origine – generosa fino all’ingenuità, e sarà lo stesso Autore ad ammetterlo – è quella di “creare corpo di leggende più o meno legate che spaziasse dalla vastità di una cosmogonia al livello di favola romantica […] che io potessi semplicemente dedicare: all’Inghilterra, al mio Paese […]. Avrebbe dovuto possedere, se mai fossi riuscito a realizzarla, la pacata ed elusiva bellezza che viene definita celtica”.
Se questo è lo scopo, altrettanto interessante è il “come” nasce l’opera di Tolkien: professore di Lingua e Letteratura Inglese, coltivava una vera e propria passione per le lingue inventate e la stupefacente, minuziosa, precisissima “invenzione” delle lingue dei vari Popoli (Elfi, Uomini, Hobbit) che percorrono le contrade della sua Terra immaginata rappresentano il “nucleo originario” attorno a cui si coagula tutto il resto: la Storia e le storie, il territorio, l’etnografia. La sua passione per le lingue anche lo aveva ovviamente portato a contatto con quei “giacimenti” di cui si parlava prima e che rappresentano il tesoro culturale, da cui Tolkien trasse, in modo tuttavia assolutamente originale e attraverso un processo organico e coerente di “ri-sub-creazione”, la sua cosmologia.
Leggere Tolkien significa quindi anche percepire il profumo di quelle creazioni profonde dell’animo europeo, che vanno dai capolavori della letteratura anglosassone, come il Beowulf e Crist a quelli della letteratura altogermanica, come il Nibelungenlied, dai miti celtici alle grandi saghe norrene. Quale il lascito a noi di J.R.R. Tolkien? Della sua opera si può dire ciò che il grande storico olandese J. Huizinga ha lasciato scritto sul Medio Evo: “Ci si immagini quale godimento può offrire un mondo, in cui ogni pietra preziosa brilla con tutti i bagliori dei suoi valori simbolici […]. Si vive in una vera polifonia del pensiero. Tutto è pensato a fondo”.
In un mondo su cui si allungano ancora le cupe tenebre di Mordor, la solare grandezza etica, epica ed estetica di J.R.R. Tolkien illumina, come la fiala elfica di Galadriel, il nostro cammino di viandanti.